Nazionale

Forum Terzo Settore: si vince solo con la pace e il diritto

Il Forum Terzo Settore esprime la propria posizione con alcune riflessioni e proposte, ritenendo che si debba scegliere la “pace disarmata e disarmante”

 

Profondamente preoccupato dall’attacco all’Iran lanciato dai governi degli Stati Uniti e di Israele e dall’escalation in  corso, il Forum del Terzo Settore, di cui l'Uisp fa parte, esprime la propria posizione con alcune riflessioni e proposte, ritenendo che si debba scegliere la "pace disarmata e disarmante" evocata da papa Leone XIV per rilanciare le ragioni e le azioni del diritto internazionale e della convivenza.


1. L’ESCALATION DELLA TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI
2. LE PERSONE PRIMA DI TUTTO
3. UCRAINA: SERVE UN NUOVO ACCORDO SULLA SICUREZZA IN EUROPA
4. MEDIO ORIENTE: SERVE CHIAREZZA
5. MEDIO ORIENTE: SI VINCE SOLO CON LA PACE E IL DIRITTO

1. L’ESCALATION DELLA TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI

Il conflitto in Medio Oriente getta benzina sul fuoco di uno scenario internazionale in cui guerre, caos e il crollo di accordi, regole e istituzioni sono diventati la tragica normalità. L’Atlante delle guerre nel mondo stima 32 guerre attive e 22 aree di crisi, il che significa che circa la metà dell’umanità è colpita da una guerra e che il 90% delle vittime sono civili disarmati. L’orrore si abbatte sull’Ucraina, a Gaza e in Cisgiordania, in Iran e ormai in gran parte del Medio  Oriente, ma anche in tanti territori dimenticati, come l’Africa, dove 15 Paesi sono in guerra (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Etiopia, Libia, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sahara Occidentale, Somalia, Sudan e Sudan del Sud) e 9 aree sono in stato di crisi. In Sudan, dal 2023, si contano 150.000 morti e 14 milioni di sfollati. Ma le guerre che non devono essere dimenticate sono anche altrove: in Myanmar, dove il regime militare e la guerra civile hanno ucciso 100.000 persone, in Yemen e ad Haiti. Senza dimenticare il
Pakistan e l'Afghanistan. E l'altra metà del mondo non di rado è coinvolta, con armi, mercenari o altro.
È la "terza guerra mondiale a pezzi" denunciata da tempo da Papa Francesco, fatta di conflitti sempre più duraturi e sempre più impattanti anche sui civili. Come è avvenuto nei Balcani all'indomani della caduta del Muro di Berlino, queste guerre devastano luoghi in cui culture, popoli e religioni convivevano, oppure investono aree che, dopo decenni di sforzi e di tempo, avevano faticosamente siglato accordi di pace, come è successo oltre trent'anni fa tra Israele e la Palestina. Inoltre, sempre più spesso intere nazioni e le loro istituzioni scompaiono, lasciando spazio al caos e all'anarchia, come in Libia e in Siria. All'origine di questa vergogna globale, non possiamo non denunciare il peso determinante delle diseguaglianze sempre più ampie e dell'avidità di potere che porta all'ascesa di forme di plutocrazia.
Per pochi individui potenti, "finché c'è guerra c'è speculazione", verrebbe da dire, aggiornando il titolo di un vecchio film. Al contrario, la crescente ricaduta sulla vita quotidiana di molte popolazioni colpirà soprattutto le persone e le famiglie più vulnerabili: esplosione del debito, inflazione, tagli agli aiuti, al welfare e alle politiche di sviluppo.
Inoltre, le guerre conducono alla «necropolitica» (Achille Mbembe, filosofo camerunense): le disparità di potere e i giochi di potere decidono chi può vivere e chi no, chi deve abbandonare la propria casa e chi no, chi deve essere difeso da un'invasione e chi no... Ormai i territori vengono occupati solo per sottomettere le popolazioni a un'orribile oppressione, costringendole a cercare ogni giorno di sopravvivere in mezzo alla distruzione e all'assenza di tutto.

2. LE PERSONE PRIMA DI TUTTO

La società civile organizzata è ciò che distingue le democrazie dalle dittature, come sosteneva un amico giornalista pakistano e come dimostra la partecipazione a tante manifestazioni, a favore della pace a Gaza, di Black Lives Matter, contro l'ICE e, ora, NO KINGS, che in assenza di democrazia, reale e non solo apparente, sono represse. Siamo innanzitutto vicini a tutte le vittime, a prescindere dalla loro parte, alle loro famiglie e alle loro comunità. In questi contesti di crisi umanitaria, c'è un grande impegno da parte del Terzo settore e delle ONG nel salvare e accogliere chi fugge, un impegno spesso dimenticato, se non dileggiato o attaccato. Questo è il nostro schieramento nonviolento, la nostra difesa non violenta che, provocatoriamente, supera ogni confine, anche mentale, e costruisce ponti, innanzitutto umani, radicandosi nel restare umani contro ogni disumanità. Spesso lontano dai riflettori, il Terzo settore accoglie operosamente, testimonia la propria vicinanza e osa mettersi in mezzo ai conflitti per difendere e promuovere concretamente la solidarietà insieme alle ragioni del diritto e della pace.
La guerra è un orribile e devastante intreccio non solo di eserciti statali, ma anche di mercenari, terrorismo, mafie, traffico di esseri umani, droga, armi e affari di ogni genere. Questa convergenza ha un bersaglio comune: la vita delle  persone e delle comunità. Il fuoco delle armi non distrugge solo vite. Colpisce le persone anche nella loro identità, distruggendo luoghi, storie e simboli, nonché la loro appartenenza a famiglie, quartieri, popolazioni, religioni e culture, e la loro cittadinanza sostanziale, che è alla base della loro vita. Di conseguenza, anche chi resta diventa apolide. La pace che molte organizzazioni cercano di portare non mira solo a evitare morti, ma a costruire cittadinanza, identità, convivenza e legami, che sono i fondamenti dell'esistenza umana. Senza questi, si rischia di perdere qualcosa di fondamentale. La pace è "convivialità delle differenze", come disse Mons. Tonino Bello nel 1992 nella Sarajevo assediata.

La scelta di essere vicini alle persone e alle comunità è dettata dall'umanità e dalla solidarietà. Il modo e le competenze con cui si opera sono determinanti e strategici per salvare, oltre alle persone, le radici di un domani migliore. Solo con un presidio di pace positiva e una tessitura di società autenticamente civile, che guardi a una società fatta di persone e corpi intermedi autonomi e popolari, si gettano le fondamenta della convivenza e della democrazia, che non si cala dall'alto conquistando il potere, ma che emerge dalle relazioni e dalle reti sociali, dal primato delle persone e dalla loro partecipazione.

3. L’UCRAINA: SERVE UN NUOVO ACCORDO SULLA SICUREZZA IN EUROPA

Un ruolo dirompente nel diffondersi della guerra nel mondo è stato giocato dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022. Un conflitto, iniziato nel 2014, che poteva trovare una soluzione, è stato devastato dall'orribile volontà di prevaricazione di un'invasione che non ha alcuna giustificazione. Ad oggi, si stimano oltre 1,8 milioni di vittime tra morti e feriti (CSIS - Center for Strategic and International Studies), molte delle quali russe, cifra che potrebbe raggiungere i 2 milioni nei prossimi mesi, mentre la popolazione ucraina si è ridotta da 42 a 36 milioni a causa dell'esodo di rifugiati e 2,6 milioni di bambini sono stati sfollati.

Eppure, prevale l’inazione della diplomazia internazionale. Anche di fronte a tentativi di trattativa validi, come quello turco, che, a poche settimane dall’invasione, avrebbe probabilmente potuto bloccare le armi ed evitare la perdita di territori per l’Ucraina, perdita inferiore a quella che dovrà concedere oggi (notare che Putin, contestato solo da qualche pacifista, venne accolto a Milano per l’EXPO nel 2015, dopo l’annesione della Crimea alla Russia avvenuta nel 2014). Ma quel tentativo, nelle prime settimane di invasione, nonostante il favore dei mediatori di Kiev, fu bocciato anche da noi europei. E oggi, a oltre un anno di distanza da quando Trump avrebbe dovuto risolvere tutto in pochi giorni, la Russia beneficia dell'appello di Trump, che ha interrotto l'embargo, e dello spostamento dell'attenzione e di molti armamenti americani verso il Medio Oriente. Altri spostamenti di armi o di attenzione avvantaggiano la Corea del Nord e la Cina.
Si dimentica però che raramente due contendenti cessano un conflitto da soli. In Ucraina è necessario un forte intervento multilaterale sotto l’egida dell’ONU e dell’OCSE, che preveda negoziazioni e pressioni diplomatiche, nonché un’eventuale interposizione internazionale che includa la Cina, come suggerito anche dai consiglieri della Casa Bianca già nel 2023 (si vedano le citazioni di Richard Haass e Charles Kupchan nell’editoriale del numero 5/2023 della rivista di geopolitica Limes). In sostanza, prima l'interposizione e poi i colloqui, perché se si aspettano i colloqui tra i contendenti, il rischio è che la guerra non si fermi mai (dovremmo ricordare il protagonismo dell'Italia e dell'Europa con le missioni dell'UNIFIL che hanno più volte bloccato l'escalation tra Israele e Libano). Sotto l’egida dell’ONU e senza essere amici di Putin. La diplomazia richiede coraggio e franchezza, senza ammiccamenti. È necessario creare in Europa un'”architettura di sicurezza” sia per l’Ucraina che per l’intera Unione Europea e per gli altri Paesi europei occidentali nei confronti della Russia. Ciò significa tornare agli accordi di Helsinki del 1975, che prevedevano garanzie di sicurezza reciproca e rispetto dei diritti umani, e rafforzarli con un processo di disarmo multilaterale, nucleare e non. I grandi Paesi europei devono assumere una posizione comune, a cominciare dall'Italia: non si può condannare la Russia e poi sostenere i leader filorussi. Solo una pressione diplomatica che rilanci la sicurezza di tutta l'Europa, tra la Russia e il resto del continente, può gettare le basi per una trattativa che non umili l'Ucraina. Inoltre, un'azione politica decisa per riportare la pace in Europa porterebbe distensione anche in altri scenari, come il Medio Oriente. 

4. MEDIO ORIENTE: SERVONE PAROLE E SCELTE CHIARE

Tutti i teatri di guerra del Medio Oriente si sono rinvigoriti, o rischiano di esserlo, dopo l’attacco all’Iran da parte dei nostri alleati, Stati Uniti e Israele, con un numero di vittime in aumento in tutta la regione. Iran, Gaza, Cisgiordania, Libano, Iraq, Paesi del Golfo, ecc., senza dimenticare i popoli che saranno colpiti dalle speculazioni sul cibo, conseguenza della crisi di Hormuz. I morti sono già migliaia e gli sfollati milioni. Tra i diversi contesti segnaliamo la fuga dal Libano (un milione di sfollati), inclusa la cacciata dei cristiani che compromette una storia di convivenza e segna una nuova crisi umanitaria sempre più estesa anche ad altre aree (Iraq). A causa del gran numero di abitanti coinvolti, si rischia un'emergenza complessiva di proporzioni almeno 10 volte superiori a quella dei rifugiati in fuga dalla Siria. Per fermare l’escalation, le parole devono essere chiare e le condanne senza "se" e senza "ma". Usare parole chiare è un tributo alla ricerca della verità, altra grande vittima delle guerre. Le invasioni e le violazioni del diritto internazionale devono sempre essere condannate. Non vanno commentate, vanno condannate. Che si tratti dell'Ucraina, di Gaza, della Cisgiordania o dell'Iran. Allo stesso modo, i crimini di Hamas, le soppressioni della libertà, le stragi di decine di migliaia di dissidenti e le detenzioni da parte del regime militare iraniano devono essere condannati senza "se" e senza "ma". Opporsi a un massacro con un altro massacro non significa fare giustizia, ma alimentare un massacro dopo l'altro, e una devastante spirale di odio.

La parola "pace" stessa è spesso usata in modo ambiguo. Ricordiamo bene che Benito Mussolini trascinò l’Italia nella seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti, affermando che lo faceva "per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa e al mondo" (10 giugno 1940). La pace, come la giustizia, non sono un alibi utile per assecondare la violenza e i giochi di potere. Sono scelte da mettere in pratica. Per questo la pace o è disarmata e disarmante o non è. La condanna della guerra aperta dagli Stati Uniti e da Israele, così come di tutte le invasioni, deve essere netta e chiara: i fatti dimostrano che non aumentano la libertà, ma alimentano, moltiplicano e rafforzano il terrore, le dittature e gli autoritarismi. Lo abbiamo visto con i precedenti: Afghanistan, Iraq, Siria, Libia... Anche in quei casi sono stati uccisi i vertici e oggi a Kabul regnano i talebani, mentre altrove spesso milizie mercenarie e trafficanti.
Cancellando il diritto internazionale, si legittima la pratica della legge del più forte ovunque, e con essa l'autoritarismo. Così, l'unico dialogo possibile è quello tra autocrati, inclusi i nostri alleati arabi. L'abitudine alla guerra come unica via per affrontare i conflitti ci porta a un ritorno alle barbarie. Un tragico esempio è il massacro di Gaza, nel quale, a causa dell'elevato numero di vittime, pari a quello dell'atomica di Nagasaki, non solo viene cancellato il diritto internazionale (cosa già grave di per sé), ma anche il codice di Hammurabi (1760 a.C.), che prevedeva la legge del taglione (una forma di ritorsione che, quasi 4000 anni fa, rappresentava un passo avanti, ma che oggi non lo è certamente). Rispondere alla disumanità del massacro di oltre 1.200 persone, molte delle quali giovani israeliani, con la disumanità del massacro di 60.000-70.000 altre persone, tra cui donne, bambini e intere famiglie palestinesi, ci riporta all'età della pietra. Rendiamoci conto che, anche a causa di troppi silenzi e mezze frasi, stiamo cancellando 4 millenni di civilizzazione, faticosamente e gradualmente raggiunta.

5. SI VINCE SOLO CON LA PACE E IL DIRITTO

L’articolo 11 della nostra Costituzione non solo ripudia la guerra, ma impone anche l’istituzione di organismi internazionali terzi proprio per prevenire e bloccare i conflitti armati. Dobbiamo tornare a far valere il diritto internazionale e le Nazioni Unite, senza dimenticare i diritti umani quando si tratta di soccorrere bambini, famiglie e interi popoli in fuga. Chiediamo all’Unione Europea e all’Italia di:
● condannare l’attacco all’Iran e le invasioni israeliane (a Gaza, in Cisgiordania e in Libano), azioni che rischiano di compromettere definitivamente la sicurezza stessa di Israele, accerchiato da un nuovo odio, frutto di un’espansione scatenata da tempo per ampliare le zone di devastazione secondo il “modello” di Gaza;
● chiedere con forza, sollecitando l’adesione di altre nazioni e dell’ONU stessa, la cessazione della sanguinosa repressione delle proteste in Iran e la liberazione di tutti i perseguitati; 
● imporre un cessate il fuoco in tutta l’area;
● garantire la difesa dell’operatività e dell’agibilità delle ONG internazionali e locali, in qualità di garanti di solidarietà e di proprietà democratica;
● non erigere muri, ma garantire corridoi umanitari e salvataggi, insieme a soccorso e accoglienza di chi fugge;
● procedere al riconoscimento dello Stato di Palestina, per ridare un appoggio a chi è invaso, nonché per rompere la logica dello scontro e delle fazioni;
● cessare le forniture militari a tutti i Paesi in guerra, nel rispetto della legge 185 del 1990. Se, come dichiarato anche dal nostro governo, viola il diritto internazionale, ci chiediamo se si stia rispettando la legge che vieta la vendita di armi a chi avvia guerre in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione;
● convocare una Conferenza di Pace sotto l’egida dell’ONU per il Medio Oriente, con la partecipazione di tutte le popolazioni (non di privati e di organismi ambigui), che intervenga sui diversi conflitti dell’area e preveda nuove e più forti presenze multilaterali di interposizione, come l’UNIFIL, in tutte le aree a rischio, a cominciare dai confini tra Libano e Siria e Israele, e dalla protezione di Gaza e della Cisgiordania, per arrivare a un’architettura che assicuri la sicurezza reciproca e garantisca i diritti e le libertà in tutti i contesti (anche in questo caso, il modello di Helsinki può essere d’ispirazione, pur non essendo replicabile);
● promuovere, all’interno della Conferenza, una road map per il disarmo multilaterale, a cominciare dagli ordigni nucleari. Solo il disarmo può garantire la sicurezza reciproca (così si risolse nel 1962 la crisi dei missili a Cuba, come è stato rivelato ufficialmente solo pochi anni fa, smentendo il reiterato racconto di una ritirata sovietica senza contropartite);
● disinvestire in armamenti e uscire dalla morsa ricattatoria dell’approvvigionamento da fonti fossili e rinvestire in welfare, cooperazione internazionale e qualità ambientale e nelle energie rinnnovabili come strumento di autonomia energetica 

La globalizzazione dell'indifferenza si è trasformata sempre più nella globalizzazione dell'impotenza. Per spezzare questa impotenza, è necessario riconoscere che si vince solo con la pace e il diritto: si tratta di prassi politiche da osare e attorno alle quali convocare le nazioni. Certo, le Nazioni Unite sono state gradualmente smantellate dai giochi di potere e vanno
riformate, ma sono le azioni e le scelte che restituiscono legittimità alle istituzioni. L’ONU è ciò che l’ONU rilancia e innova, a partire dal modo in cui affronta le crisi. Si vince solo con la pace e con il diritto. Con la guerra perdiamo tutti. (Fonte: Ufficio stampa Forum terzo settore)

UISPRESS

PAGINE UISP

BILANCIO SOCIALE UISP

FOTO

bozza_foto

VIDEO

bozza_ video

Podcast

SELEZIONE STAMPA

BIBLIOTECA UISP